"LIBERTA' FONDAMENTALI NON SONO SOLO INVIOLABILI PERCHE'
GARANTITE DALLA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UOMO, SONO
ANCHE INTOCCABILI PERCHE' GELOSAMENTE CUSTODITI NEL PROFONDO DEL
CUORE! SONO INAFFERRABILI DAGLI ANIMI INSENSIBILI"
RaisinSioux
Di agende rosse e balle di tutti i colori E l'anniversario di Borsellino lo celebrano i mafiosi
30 luglio 2009 - Alessio
Di Florio
E
così, in quel di Palermo, accade che lo Stato sfratti la Legalità e
la Giustizia dalle sue aule più nobili e costringa i fedeli servitori
a stendere i tappeti rossi per far posto ai mandanti degli omicidi di
Falcone e Borsellino.. (ImgPress, 27/07/2009) Passata 'a festa, gabbato 'o santo. Vecchio adagio popolare che
ben smaschera l'ipocrisia borghese di chi, in abiti di festa, si
genuflette devoto a santi, madonne e mammasantissime per poi, smessi
gli stessi, smentire tutti i pii propositi. Un adagio sempre valido,
soprattutto nell'Italia che il mai abbastanza compianto Sylos Labini
definì illo tempore serva. Ma che, purtroppo, viene smentita quando
si approda alle commemorazioni di stragi e omicidi mafiosi. Perché in
questo caso il santo non viene gabbato passata 'a festa, ma
durante.
Nel caso di Paolo Borsellino, così come Giovanni Falcone, abbiamo così
visto negli ultimi anni incitare la società civile e gli Italiani a
ricordare e portare avanti il loro esempio personaggi come Dell'Utri
che definì il mafioso Mangano un eroe, Lunardi che affermò che con
la mafia bisogna convivere, La Russa che dichiara guerre in violazione
della Carta Costituzionale (lo stesso La Russa che, negli Anni
Settanta, partecipò ad un corteo della destra da cui partì la
molotov che uccise un carabiniere, e oggi manda l'esercito nelle
strade), Cuffaro che ha festeggiato la condanna a 5 anni con laute
donazioni di cannoli siciliani, Micciché che definì l'intitolazione
dell'aeroporto di Palermo ai due giudici 'triste', Cossiga il
gladiatore che, meno di un anno fa, chiese di massacrare sulle
strade giovani professori e studenti dopo aver opportunamente
infiltrato le proteste con devastatori provocatori . E l'elenco
potrebbe continuare.
Ma, quest'anno, escluso Napolitano, tutta questa brava gente è
rimasta in silenzio. Quest'anno la commemorazione l'hanno celebrata
direttamente loro: Totò Riina e Massimo Ciancimino. Il primo,
accusando lo Stato di aver ucciso Borsellino e di tramare congiure
contro di lui (da 15 anni la solita manfrina). Mentre il secondo è
tornato a millantare il papello del padre. Un papello che da oltre un
decennio attraversa la cronaca italiana senza mai comparire
(nonostante annunci e proclami) creando, ormai, serissimi dubbi sulla
sua esistenza (ammesso e non concesso che ci si potesse credere
all'inizio). In tutti, tranne che in Marco Travaglio che, sulle
colonne de L'Unità, è tornato a descrivere trame su trame intorno ad
una trattativa Stato-Mafia nel 1992. Trame nelle quali torna a
coinvolgere i suoi cavalli di battaglia, Mori, Ultimo e il covo di Totò
Riina. Qualcuno, se ci legge dalle parti de L'Unità, La Repubblica,
Micromega o AnnoZero per favore gli faccia pervenire la trascrizione
del processo, se serve mi offro io di portargliele a mano. Non è
possibile che, ogni volta che ci torna su, Travaglio sposti indietro
di qualche anno il processo a Mori e Ultimo! Giorni fa siamo arrivati
ad averlo celebrato dieci anni fa, tra poco l'avremo celebrato mentre
Riina veniva concepito dalla mamma e dal padre!
I mafiosi, i potenti e i doppiogiochisti in doppiopetto sono persone
complicate e grigie. Loro tessono trame ardite e intricate. Noi,
invece, siamo gente semplice. E allora, tanto per chiarire, non
lanciamo la penna in pindarci voli. Ci accontentiamo della lineare
semplicità dei fatti. E, allora, questi sono i personaggi di questa
vicenda italica. Dove le parole dei mafiosi influenzano il corso della
storia e chi li arresta è un delinquente.
La nostra storia comincia con un Anonimo impiegato del Comune di
Palermo. Paolo Borsellino chiese che venisse impedita la sosta
delle auto nei pressi della casa materna. La richiesta non fu mai
accolta e una FIAT 126, lì parcheggiata ed imbottita di 100 kg di
tritolo, segnò la fine della vita di Borsellino e della sua scorta.
Pochi minuti dopo l'arrivo degli agenti il Capitano dei Carabinieri
Arcangioli si allontanò da via D'Amelio portando con sé la borsa
del magistrato. Borsa che, secondo la famiglia e i colleghi di Paolo,
conteneva l'agenda rossa dove annotava le considerazioni più private
sulle sue indagini e colloqui.
Mezz'ora dopo l'arresto di Riina, tutta la stampa sapeva la strada
dove si trovava 'il covo' di Riina (che poi covo non era ...). I
giornalisti ringraziano il Maggiore Ripollino.
Importante per la cattura di Riina fu il ruolo di Vittorio Aliquò,
procuratore aggiunto di Palermo. La sua astuzia e perspicacia
costrinsero Ultimo a dimezzarsi la squadra per sorvegliare Fondo
Gelsomino, un luogo sperduto e disabitato di Palermo, dove era
impossibile ci fosse alcunché. Lo stesso Aliquò nel processo contro
Ultimo e Mori produsse un diario, rivelatosi falso (Ingroia lodò
Aliquò per la scrupolosa e minuziosa cronaca)
Dopo l'arresto di Riina le qualità di Ultimo furono abbassata da
eccellente a superiore alla media. Il Crimor, la squadra di Ultimo, fu
poi smembrata e molti dei suoi componenti mandati in giro per l'Italia
a fare multe. Il responsabile fu Sabatino Palazzo, generale dei Ros.
Accusato, negli anni successivi a Pozzuoli, di reati quali corruzione,
falso, favoreggiamento aggravato e abuso d'ufficio. Informato
dell'ora, giorno e posto dove poteva trovare Provenzano, non diede
alcun seguito alla segnalazione. Non ha mai risposto di questa voluta
omissione. Ultimo e Mori hanno subito un processo basato
sull'asportazione di una cassaforte mai avvenuta.
Dopo tanti anni stiamo ancora aspettando, invece, da Attilio
Bolzoni di Repubblica che ci dica come ha fatto, pochi mesi dopo
l'arresto di Riina, a scrivere un libro dove descrive minuziosamente e
nei dettagli la trattativa e la consegna del boss. Record da premio
Pulitzer a vita se non fosse che, in tribunale durante il processo a
Mori e Ultimo, ha detto non ricordo, non ho riletto il libro.
Avrebbe realizzato lo scoop del secolo e non ricorda cosa ha scritto!
Molto più onesto Saverio Lodato che, negli anni è stato uno
dei massimi divulgatori del falso diario di Aliquò. Interrogato in
tribunale si trincerò dietro l'inesperienza del 1993 e chiese scusa
per aver scritto cose non vere.
E ora, in chiusura, alcune domande permettetele anche al sottoscritto.
1) Qualcuno ha mai chiesto a Francesco Cossiga (lo stesso che, pochi
mesi della sua violenta morte, indicò con disprezzo Rosario Livatino
come il giudice ragazzino) a cosa si riferiva nel discorso di fine
anno del 1991, quando disse che il dovere sommo, e direi quasi
disperato, della prudenza sembra consigliare di non dire, in questa
solenne e serena circostanza, tutto quello che in spirito e dovere di
sincerita' si dovrebbe dire?
2) Mentre si continua a dare credito alle assurde e pretestuose
dichiarazioni di Riina e Ciancimino, (che in una lettera a imgpress.it
è arrivato a scrivere che bisogna lasciar lavorare la magistratura.
Parole che scritte dal figlio di un noto mafioso hanno un sapore
strano ...) c'è un Santoro o un Grillo che sia disposto a ricordare
cosa nel 1992 si trovava al Castello Utveggi sul Monte Pellegrino
(cioè il luogo dal quale fu azionato il detonatore della FIAT 126 che
provocò la strage di via D'Amelio)?
Trascriviamo da Wikipedia: Sempre grazie alle indagini del consulente Gioacchino Genchi,
infatti, si accertò la presenza di una sede coperta del SISDE sul
Monte Pellegrino, che sovrasta Palermo e via Mariano d’Amelio,
all’interno del Castello Utveggio che ospita il Cerisdi, un centro
di ricerche e studi manageriali. La circostanza venne fuori
dall’analisi del tabulato del numero 0337/962596, intestato al boss
Gaetano Scotto, che chiamò un’utenza fissa del SISDE installata
proprio in quel castello. Suo fratello, Pietro Scotto, per conto della
società Sielte, compì lavori di manutenzione sull’impianto
telefonico della palazzina di via D’Amelio. Lavori necessari, si
scoprì successivamente, per intercettare abusivamente la linea
telefonica della madre del giudice Borsellino e quindi ottenere la
conferma del suo arrivo nel pomeriggio del 19 luglio 1992.
3) Perché, il giorno della strage di Capaci, fu detto agli ufficiali
di leva di stanza a Roma che, in quel momento si trovavano fuori sede,
di tenersi pronti in qualsiasi momento a rientrare?
4) Nei giorni scorsi l'allora ministro Scotti ha affermato che, in
quel periodo, si rischiò il golpe da parte della mafia (cosa ben
diversa dalla trattativa ...). La stagione delle stragi fuori dalla
Sicilia ebbe iniziò dopo l'assassinio di Salvo Lima, politico della
corrente DC di Andreotti che la mafia non considerava più utile come
esecutore politico, e si concluse con la mancata strage dell'ottobre
1993 allo stadio Olimpico di Roma durante Lazio - Udinese. All'ultimo
momento la bomba non esplose. Da quel giorno il silenzio fuori dalla
Sicilia. Cosa era cambiato dal giorno della morte di Lima all'ottobre
1993. Perché il rischio di golpe rientrò?
In chiusura mi permetto di sottoporvi lo scambio articolo-epistolare
tra Antonella Serafini, collaboratrice tra gli altri di Riccardo
Orioles (memoria storica dell'antimafia, avendo collaborato in passato
con Mauro Rostagno, Pippo Fava e Peppino Impastato, e oggi animatore
di moltissimi gruppi di denuncia antimafia), e Massimo Ciancimino.
Antonella ha scritto alcuni articoli sul suo sito Censurati.it.
Ciancimino ha risposto con due lettere all'agenzia stampa imgpress.it.
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