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Giornalista Siciliana.  Di Riccardo Orioles

Anna Politovskaja, giornalista siciliana. Anche stamattina, al giornale,i colleghi hanno dato un'occhiata alla scrivania vuota e si sono messi al computer a lavorare. Il potere e' mafioso, lo si sa: pero' loro lo scrivono, fanno i nomi e i cognomi, e sono soli. Di chi e' la scrivania vuota? Chi e' il collega, assassinato dagli imprenditori mafiosi, che fino all'altro giorno scriveva? In che lingua scriveva? In russo, in italiano, in castigliano? Russia, Sicilia, Colombia? E che importanza ha. Siamo in un paese dove l'informazione non e' libera, dove i politici al massimo livello fanno accordi coi mafiosi (si chiamino Cuffaro o Putin, gioviali notabili o cupi apparatniki), dove l'imprenditoria e' collusa, dove il popolo fiaccato da rassegnazione e miseria non osa alzare la testa eppure (essi sanno benissimo) un giorno, grazie a loro che resistono, la rialzera'. E in quale chiesa si sono svolti stavolta - sempre piu' soli e inutili - i funerali? Pochi compagni attorno, dichiarazioni sprezzanti ("La mafia qua non esiste", "Nessuno stava a leggere il suo giornale") delle Autorita'. E quell'applauso commosso, di quelle poche centinaia di impauriti ma consapevoli cittadini. E loro che si allontanano, a spalle chine, per ritornare alla redazione, a scrivere tutto cio' che e' successo, anche in questa giornata. Manderanno ai giornali esteri ("I servizi hanno sequestrato il suo computer", "stava facendo un'inchiesta sui massacri") note redazionali. Aggiorneranno il palinsesto di questo numero, sperando che gli edicolanti - almeno per un altro po', almeno qualcuno - acconsentano a esporre ancora il giornale. Non parleranno, fra di loro, di lei, salvo che per ragioni di lavoro. Ma a lei penseranno ogni attimo, firmando le nuove inchieste, guardando la rotativa che le stampano, seguendo con lo sguardo le macchine che si allontanano portando dovunque possibile le copie del giornale. Nessuno scrive piu' di te, Anna, ed e' passato appena un paio di settimane. Ci sono altre cose da scrivere, guerre, re, star system, presidenti, cantanti: altri eventi del vasto mondo ingombrano la grande stampa internazionale. Hanno scritto che eri una giornalista, una brava giornalista, e che sei morta: cosa potevi chiedergli di piu', a questi illustri e - per quasi due giorni - partecipi colleghi. E' nelle povere stanze e fra i computer rabberciati, con gli altri redattori dei tuoi stenti giornali, che ancora vive il Giornalismo. Lui non ti ha dimenticata, ne' tutti gli altri come te. Riccardo Orioles
La Catena di San Libero n. 342

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Corrotti da capo a piedi

Un documento di straordinaria utilità. Articolo 21 e Information Safety and Freedom  lo mettono a disposizione dei propri lettori. Si tratta della traduzione integrale di quanto ha scritto su Anna Politkovskaya e sul suo assassinio l’edizione russa di Wikipedia. E’ un’occasione unica per saperne di più sul delitto e per misurare il livello di libertà di espressione in quel paese...

 leggi l'inchiesta di Roberto Reale Information Safety and Freedom

La giustizia di Putin 
...L'atroce  delitto della giornalista Anna Politkovskaya sta portando a galla tanto marciume da far spavento.  Accade in Europa, alle porte di casa nostra, nel cuore di una potenza nucleare ed economica che – dopo la guerra in Iraq e il rialzo dei prezzi del petrolio e del gas – è tornata a contare tantissimo sulla scena internazionale...


 Tra terrore e nuovo fascismo
Alcuni brani di due commenti pubblicati dalla testata liberal russa 'Ezenedel'nyj Zurnal' dopo l'uccisione di Anna Politkovskaja. I due testi danno un'idea della reazione degli ambienti di chi in Russia ancora lotta per la difesa dei diritti umani e la democratizzazione del paese.


 
L'odio che genera odio
Uno degli ultimi articoli di Anna Politkovskaya, pubblicato lo scorso settembre sul giornale per cui era inviata, la Novaja Gazeta. La storia di un ragazzo ceceno...


 Il sangue di Anna. Giornalista coraggiosa di Roberto Reale

 

 

 

Anna Politkovskaya.

" Ottobre 2006 veniva uccisa a Mosca  Anna Politkovskaya.  Cosa è successo in questo mese ? A che punto sono le indagini? Come hanno reagito la politica e il giornalismo russi? Una nostra inchiesta condotta attraverso la Rete. L’importanza della solidarietà internazionale al tempo di Internet, della cartolina con scritto “Noi non dimenticheremo”.

PER ANNA. UN MESE DOPO

Un’amara certezza ha regolato in questi anni la “Russia di Putin”:   i delitti politici sono rimasti quasi sempre impuniti.  Solo degli ingenui potevano  sperare che questo copione all’improvviso cambiasse e che in un mese venisse  fatta piena luce sull’omicidio di Anna Politkovskaya, sugli esecutori e sui mandanti.  Detto questo, il pericolo maggiore  è che ora sulla vicenda  cada il silenzio,  che l’ingiustizia venga metabolizzata, data per scontata o inevitabile.  Ogni scadenza va piuttosto utilizzata per incalzare il potere.  Il 7 ottobre Anna è stata uccisa nell’ascensore della sua casa di Mosca. Il 7 novembre cosa si sa dell’andamento delle indagini? E’ possibile fare il punto? Capire se è stato fatto qualcosa per scoprire gli autori del delitto? In queste settimane le autorità sono state vaghe e reticenti. Davanti agli altri capi di stato europei Putin ha ribadito un generico impegno per l’accertamento della verità. Quando gli sono state fatte domande più stringenti si è trincerato dietro un burocratico “è necessario difendere il segreto istruttorio”.Salvo poi contrattaccare accusando Italia e Spagna di non avere le carte in regola in fatto di moralità almeno per quanto riguarda mafia e corruzione. 

Ai primi di novembre a Bruxelles, il suo ministro degli esteri Sergei Lavrov – in perfetto stile sovietico/brezneviano -  è andato oltre. A brutto muso ha invitato i partner occidentali a farsi gli affari propri, ha affermato che “il crimine era di esclusiva competenza della procura” e che l’omicidio di Anna Politkovskaya non dovesse essere “usato a fini politici”. Considerazioni che ribaltano il rapporto fra causa ed effetto: farebbe politica chi chiede giustizia, non chi ha spento con la violenza una delle voci più libere e scomode di un grande paese.  Questo fastidio nei confronti dei difensori della memoria di Anna, questa volontà di ridimensionare l’enorme significato politico della sua uccisione, è affiorato anche in qualche articolo di stampa, persino sui giornali redatti in lingua inglese. Se ne è fatto interprete Alexei Pankin su Moscow Times che il 31 ottobre ha firmato un pezzo con un insidioso  stile da “finto amico” della giornalista assassinata. Senza in alcun modo spiegare quali fossero i vincoli di conoscenza che lo legassero a lei, “si è messo nei suoi panni” per dire che Anna non avrebbe in alcun modo gradito di divenire  un simbolo di lotta politica all’interno del paese, non avrebbe apprezzato le lodi esagerate. Pankin ha scelto come bersaglio Il Financial Times che aveva definito la Politkovskaya come la “più coraggiosa giornalista russa”.  “Non è vero” ha scritto l’articolista “ di colleghi valorosi ne conosco molti altri”.  Come dire che tutta la vicenda andasse riportata alla dimensione di delitto privato, che la Politkovskaya potesse essere considerata una come tante, che non valesse la pena farne un caso internazionale.  Una tesi, immaginiamo, condivisa dal governo e dai servizi di sicurezza. Sicuramente una risposta all’iniziativa promossa da un gruppo di giornalisti russi che il 27 ottobre avevano fatto uscire un tabloid di 16 pagine tutto dedicato al delitto di Mosca, allo stato della libertà di stampa nel paese. Una pubblicazione nella quale giganteggiava, in negativo, un dato: quello dei 210 operatori dell’informazione uccisi dal 1992 a oggi nella Federazione Russa. Un numero altissimo che comprende – non dimentichiamolo – anche l’italiano Antonio Russo.

Torniamo allora alle indagini. Qualcuno ha rotto la nebbia del silenzio, il muro della reticenza? Le uniche dichiarazioni ufficiali che è possibile rintracciare sono quelle rilasciate all’estero. Il 30 ottobre era ad Helsinki l’uomo cui è stata affidata l’inchiesta, il Procuratore Generale Yuri Chaika. Qualche scarna frase sulla vicenda l’ha dovuta dire. Ha parlato di molte persone interrogate in queste settimane, di centinaia di ore di videocassette esaminate dagli inquirenti. Considerazioni che aggiungono poco o nulla alla conoscenza dei fatti. Chaika ha poi  precisato che gli investigatori si tengono aperte tutte le strade, che non c’è ancora una pista precisa sulla quale lavorare. Come dire  che o si brancola nel buio o – a voler essere a tutti i costi ottimisti – si preferisce non  “scoprire le carte”. Così la cosa più interessante detta a Helsinki dall’uomo che gestisce l’inchiesta  ha riguardato probabilmente il rapporto fra gli investigatori e  i colleghi  di Anna alla Novaja Gazeta. “Stiamo collaborando con loro”  ha tenuto a precisare il procuratore.
E sulla stampa è uscita qualche indiscrezione sull’andamento delle indagini?  La notizia più interessante l’ ha pubblicata il 25 ottobre il quotidiano Kommersant. Ha raccontato come una pista ( negata da Chaika) invece ci fosse.  Nel mirino della procura sarebbero finiti tre ex ufficiali di polizia che Anna aveva accusato per crimini commessi in Cecenia, rapimenti e casi di persone scomparse. Kommersant ha citato nomi e particolari precisi. Gli inquirenti sarebbero andati a cercare un maggiore e un tenente colonnello nella cittadina siberiana di Nizhnevartovsk, ma il viaggio si è risolto con un buco nell’acqua perché i ricercati sarebbero riusciti a far sparire le proprie tracce.  Sulla vicenda è tornato il 6 novembre anche il quotidiano britannico Guardian che ha aggiunto un particolare in più: a favorire la fuga dell’ex maggiore sono stati proprio i colleghi poliziotti in servizio in Siberia. Lo avrebbero avvertito e gli avrebbero coperto le spalle. Un comportamento per il quale sarebbero ora sotto accusa.
Che dire? Abbiamo usato il condizionale perché il quadro è confuso. Mancano conferme ufficiali. Probabilmente è in corso un braccio di ferro fra chi vuole scoprire la verità e chi invece punta solo a intorbidare le acque. Fra questi ultimi ci sono adesempio gli esponenti del Partito Nazional Bolscevico di Eduard Limonov, una formazione xenofoba panrussa, che ha provato a strumentalizzare il delitto Politovskaya affermando – con un comunicato ufficiale –  di avere le prove che la sua eliminazione fosse legata alla richiesta della giornalista di promuovere un tribunale internazionale per i crimini di guerra commessi da Putin in Cecenia. Che credibilità  possono avere simili affermazioni?  Sono operazioni come queste, al limite della provocazione,  che rendono per molti occidentali contorta e quasi indecifrabile la situazione russa a causa dei continui rimescolamenti delle carte.
Eppure dei criteri sicuri per orientarci ci sono. Ce l’hanno ricordato le 300 persone –esponenti liberali e di sinistra - che il 30 ottobre hanno dato vita a una manifestazione a San Pietroburgo. Volevano ricordare un altro dei martiri della Russia contemporanea, Nikolai Girenko, l’uomo che aveva promosso nel paese una grande campagna contro gli skinhead e contro il razzismo e per questo è stato eliminato il 19 giugno del 2004.  Da allora la situazione è addirittura peggiorata: nel solo 2006 sono state centinaia le aggressioni di matrice razzista nel paese, quaranta le vittime, soprattutto asiatici e africani.  Ai nostri occhi può apparire incredibile, ma il neonazismo in Russia ha un fascino particolare, capace di conquistare le simpatie dei giovani diseredati e abbandonati delle periferie.
Il criterio per orientarci allora  è stare con fermezza dalla parte di chi, come Anna e Nikolai,  si è battuto per diritti umani e democrazia. Non a caso i “trecento coraggiosi di San Petroburgo” hanno portato in corteo anche le foto della Politovskaya. Hanno ricordato che lei è un simbolo forte di questa battaglia di libertà.  E’ a queste persone, a tutti coloro che rivendicano la possibilità di esprimersi liberamente, che qui dall’Occidente dobbiamo continuare a parlare. Facendo sapere che molti di noi  – a distanza di un mese – non hanno assolutamente dimenticato. Che ci impegniamo a non dimenticare nemmeno in futuro. La cartolina da inviare all’ambasciata della Federazione Russa ( iniziativa promossa da Internazionale, Adelphi, Nessuno Tv e Articolo 21) è un ottimo modo per dare forza questa voce. Non pensiate  che sia solo  un gesto simbolico. Se è vero che lì è in corso uno scontro di potere che arriva fino ai vertici dello stato  ( lo ha affermato a suo modo anche un uomo di confine come  l’ex Presidente Gorbacev), il nostro ruolo può avere un peso concreto. Perché nel tempo di Internet, strumento che oggi il potere non può mettere sotto controllo,   la nostra è una voce che  arriva a destinazione. di Roberto Reale

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L'ultima intervista di Anna Politkovskaja «Kadyrov vuole uccidermi»

Dopo Beslan non è più andata in Cecenia?
«No, il direttore non vuole. Ritiene che oggi sia molto più pericoloso. Sono d’accordo: oggi il pericolo sono persone che hanno promesso di uccidermi»
Chi sono?
«Ramzan Kadyrov».
Perché?
«Non gli piace che io lo ritenga un bandito di Stato, che lo consideri uno degli errori tragici di Putin».
Lo sa da terze fonti o glielo ha sentito dire?
«Lui è pazzo, un idiota assoluto. Dice queste cose alle riunioni di governo. Come un bambino terribile, dice e fa ciò che vuole. Uccide molte persone, laggiù».
Sembra che questa verità non interessi molto ai russi, e nemmeno ai ceceni.
«Sì, è un vicolo cieco. Putin all’estero racconta che in Cecenia tutto funziona. Chi sa che il 99% di quello che dice sono bugie? Non c'è nessuno a cui appellarsi nel mondo: l'ho capito. Ma in qualche caso si riesce a fare qualcosa. Ogni volta si tratta di una vita salvata».
I suoi articoli sono mai costati la vita a qualcuno?
«Purtroppo. Oggi non succede più. Quando accadeva urlavo, usavo ogni occasione per parlarne in Occidente. Siamo riusciti a impedire un altro caso quando ci si voleva vendicare di chi aveva parlato con i giornalisti».
Perché nessuno scende in piazza per le sue denunce? Non ci credono? «La gente legge, poi ne parla con gli amici. Ne ho parlato con i difensori dei diritti umani, siamo stati costretti ad ammettere che non esiste una quantità di sangue sufficiente a portare i russi in piazza. Se scrivessi che ieri sono morti 200 mila ceceni direbbero, sì, in effetti sono tanti. Tutto qui. Nemmeno se morissero 200 mila abitanti di una città russa. La società oggi è molto crudele».
Si dice che i russi hanno il governo che si meritano.
«Certamente. Una volta la gente parlava. Oggi, se vado a fare la spesa, incontro sicuramente qualcuno che mi dice qualcosa, ma solo in un orecchio. Penso che sia perché nelle posizioni chiave ci sono gli uomini del Kgb. Nel dna della nostra gente c'è il ricordo che a “questi“ non ci si oppone. Gli unici che hanno il coraggio di alzare la voce sono i nazionalisti, i fascisti».
Non ha paura che ci sia un altro giro di vite, che chiudano i giornali?  «Ne ho paura da morire. Ma ho deciso che resterò fino all'ultimo, fino a che non potrò più pronunciare una parola».
Lei non aveva mai fatto la corrispondente di guerra. Poi è finita in una fossa, prigioniera dei russi.
«È stato disgustoso. Continuavo a dire: vi sbagliate. Non ne avete il diritto, è illegale. Mi rispondevano che stavano lottando con il terrorismo e io ero una serpe che stava con i guerriglieri, che sarebbe stato giusto ammazzarmi, ma si sarebbero limitati a rendermi innocua. Secondo loro, se non consideravo i ceceni degli animali ero dalla loro parte».
Perché i ceceni l'hanno chiamata a fare la mediatrice nella crisi del teatro Dubrovka?
«Ci ho pensato a lungo, non ho una risposta. Avevano fiducia in me perché anch'io ero stata prigioniera dei russi. Tuttora non sappiamo cosa sia accaduto in quel teatro».
Si diceva che le vedove nere non volessero morire.
«Niente affatto. Avevo parlato con loro. In Cecenia c'era stata quasi una gara tra le donne per poter andare al Dubrovka. Volevano vendicarsi. È una verità crudele. Si è detto che erano state costrette, drogate. Nulla di tutto questo. Avevo parlato con loro, avevo parlato con quelli che avrebbero voluto far parte di quel commando e non ci erano riusciti. Sognavano il Dubrovka, ciascuno per un motivo personale. In Cecenia la sorella per un fratello spesso è più importante della moglie. Al Dubrovka c'erano molte sorelle i cui fratelli erano stati rapiti. Pensavano di vendicarsi così».
Si disse anche che le bombe fossero finte.
«È stato provato mille volte che non era così. Semplicemente non avevano una gran voglia di farsi esplodere. La sera prima del blitz si sperava ancora in un accordo. Le loro richieste erano primitive, ma avevano una logica: Putin doveva almeno far vedere di voler fermare la guerra. Dirlo in tv, ritirare le truppe da un distretto ceceno. Non chiedevano né treni, né aerei, né soldi, né droga. Avevo trasmesso le loro richieste dopo essere uscita. Poi è successo quello che è successo. Probabilmente, se avessi saputo come sarebbe andata a finire, non sarei entrata per il negoziato. Avevo capito che le cose stavano andando male alle due di notte: dovevo rientrare nel teatro, invece aveva vinto l'idea dei servizi, niente più trattative. Era chiaro che ci sarebbe stato l'assalto. Ma non potevo immaginare che avrebbero usato il gas, anche se li vedevo scavare passaggi».
La volta successiva, a Beslan, avevano cercato di avvelenarla.
«Il caso non è ancora chiuso. Dopo per sei mesi sono stata malissimo. Ancora adesso, non riesco a lavorare per una giornata piena. Dovrei curarmi».
Non teme che la prossima volta andrà peggio?
«Quando scegli la tua strada la vivi, anche perché c'è molta gente che conta su di te».
Nel suo libro «La Russia di Putin» lei attacca personalmente il presidente russo. Ritiene che sia colpa di Putin, o che sia una rivincita del vecchio sistema?
«Putin è stato messo lì da Berezovskij, ma non ha più importanza. All'inizio era mite, non si faceva notare. Poi ha deciso di diventare imperatore. È stato educato così. Ma a me questo ordine non piace. Piace al 51% della popolazione? E il rimanente 49%? È una minoranza che non si può nemmeno chiamarla tale, perché non ha diritto a dibattere con la maggioranza. All'inizio del secondo mandato di Putin è diventato chiaro che ha la sua responsabilità personale. Bisogna spiegare che le cose stanno così e che se ci sarà bisogno di eliminarvi verrete eliminati. Pensateci».
Cosa pensano i suoi figli?
«Mi rispettano, e così i loro amici. Le mie amiche sono rimaste. Mia suocera mi odiava, oggi mi adora perché pensa che la mia è stata una vita onesta. Per quanto riguarda mio marito, il giornalista Alexandr Politkovskij, sono contenta che ci siamo lasciati. Era vittima della propaganda ufficiale, beveva e mi diceva che mi ero venduta ai ceceni. Vivere insieme, dopo 22 anni, è diventato impossibile».
Ama l'adrenalina della guerra?
«No, non bevo, non fumo e non amo l'adrenalina. I giornalisti maschi qualche volta giocano alla guerra. Io la odio. È orrenda. Quando ero prigioniera nella fossa era terribile, sporcizia, puzza, senza bagno, acqua, cibo. Mi avevano tolto anche i bottoni, temevano che dentro ci fossero microfoni, mi avevano lasciato solo il burro di cacao e poi uno mi ha rotto pure quel tubetto, cercava i microfoni».
Nei suoi libri lei dice che oggi in Russia tutti i mezzi sono buoni. Per che fine?
«Non c'è fine. Solo restare al potere. Prima si poteva sperare che Putin avesse una strategia. Ma l'unica idea è restare al potere e prendere più soldi che puoi. Chi sono gli oligarchi? Gli uomini dell'amministrazione presidenziale».
Ma se il potere cambia si viene puniti…
«Ultimamente negli ambienti della gente ricca si dice che lui finirà come Ceaucescu».
Esiste la censura o l'autocensura?
«Succede che il direttore mi dice che basta scrivere di Putin, e per un po' mi cancella delle cose. Vuol dire che qualcuno dal Cremino si è lamentato».
Ritiene di conoscere verità inaccessibili agli altri?
«No. Solo una parte della verità, ma anche quel poco che so viene ignorato dalla maggioranza».

di Natalia Mozgovaja 9/10/2006

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