"Giuseppe Gatì Savio, nato ad Agrigento il 18 /10/1986, residente a
Campobello di Licata (AG), cittadino libero. Ho voluto specifocare il mio
“status”, per combattere il servilismo che ogni giorno di più avvolge il
nostro Paese. Ho scelto di rimanere in Sicilia, di non andare via anche se
vivere qui è duro, durissimo...".
1 febbraio 2009, di Riccardo Orioles
Così si presentava sul suo blog Giuseppe Gatì, morto sabato mentre
lavorava in campagna aiutando suo padre. Un siciliano d’altri tempi:
fiero, lavoratore, affezionato alla famiglia, coraggioso e buono.
Sulla stampa perbene ha avuto quattro righe, da morto sul lavoro.
Qualcuno, di sfuggita, ha ricordato che aveva contestato Sgarbi in
Sicilia: ma questo certamente non basta a farne un personaggio
mediatico, ci mancherebbe. Ha lavorato, ha studiato, ha fatto la sua
breve utile vita: lontano dai palazzi, completamente estraneo al mondo
artificiale e spregevole dei Vip.
Un pezzo di questo mondo, con la consueta arroganza, a un certo punto
è piombato in Sicilia, con le fattezze di Sgarbi, chissà perché. I "cappeddi",
i notabili, i nobili culo-a-ponte di Agrigento e Salemi si sono
affrettati a servirlo, a riverirlo abiettamente, a strisciargli ai
piedi.
Giuseppe, ragazzo siciliano, invece no: gli si è piantato davanti e
"Viva l’antimafia! - gli ha urlato in faccia - Viva Caselli!".
I servi guardaspalle siciliani, fra le urla degli altri servi e gli
applausi del pubblico servo, l’hanno afferrato e portato via. Ma là,
per un istante, s’è udita la voce vera della Sicilia, ed era una voce
giovane, senza paura.
Sbava, Sgarbi, strisciate, servi, ringhiate la vostra rabbia quanto
volete: la voce vi azzera tutti, è più forte di voi. E ora viva
Caselli, viva la nostra antimafia, viva sempre Giuseppe ragazzo
siciliano.